Stefano Pavesi, compositore

 

«Se nell’arte musicale non fossero le vicende del buongusto così volubili e capricciose da condannare al sepolcro degli archivj tante opere che un tempo vennero giudicate capo-lavori; se quelle composizioni che cinquant’anni fa ricreavano lo spirito a quanti s’affollavano nei teatri per bearsene, oggidì non producessero sull’animo della maggior parte un effetto papaverico; insomma, se le nostre orecchie non avesse stuprate un nuovo genere di musica fragorosa che antepone l’effetto all’affetto, che fa velo al canto con magistero d’istromentazione, giovandosi d’un perenne movimento e strepito d’orchestra, il maestro Stefano Pavesi conserverebbe ancora a’nostri giorni una vasta e splendida rinomanza». Queste espressioni di triste rammarico furono scritte da Francesco Sforza Benvenuti nel 1859 (Storia di Crema, vol. II, Milano, p. ….), quando l'amico Stefano Pavesi era morto da soli nove anni.

Ma partiamo dall’inizio.


Stefano Pavesi, secondogenito di Giambattista e Rosa Bonizzoli, nasce venerdì 22 gennaio 1779 presso la cascina Torchio, amministrativamente posta nel territorio rurale di Casaletto Vaprio anche se la cura d’anime era retta dalla parrocchia di Trescore Cremasco. Nell'umile casetta dei Pavesi, prima di Stefano, era nata una femmina, Cecilia (1777) «... la quale non aveva mai preso marito, che era da lui teneramente amata» (F. Sanseverino, amico di Stefano Pavesi, autore del volumetto Notizie, p. …..) .


Poche e discordanti sono le informazioni riguardo all'iinfanzia del compositore, non avendo egli mai provveduto, se non in tarda età e dietro sollecitazione di alcuni amici estimatori, a mettere insieme qualche notizia biografica. Su questa lacuna un suo peso ebbe certamente il fatto che Stefano Pavesi, fin da giovanissimo e per parecchi anni visse fuori dal suo Paese natale e molto si deve anche al suo carattere, definito dai contemporanei schivo e riservato: «Ciò proveniva piucch’altrimenti, da un raro sentimento di umiltà e da una cotale disistima del proprio merito, che in uno che tratta l’arte musicale, a’ giorni nostri e a Dio piacendo anche ai futuri, potrà parere un singolare prodigio» (Meneghezzi, L’Italia musicale).


Era la famiglia Pavesi di modeste ed umili condizioni eppure a Stefano non mancò l'oportunità di frequentare le scuole pubbliche a Crema. Avendo egli manifestato fin dalla giovanissima età grande interesse ed entusiasmo per la musica, i genitori, forse anche intravvedendo in questo una futura fonte di guadagno per il ragazzo, se lo figurava già come organista del Paese, assecondò questa sua inclinazione e con sacrificio trovò in città un «misero suonatore di violino» (F. Sanseverino, Notizie, p.……) che gli fornisse le prime e rudimentali nozioni sull’uso di quello strumento.


Quest'ultima affermazione è però messa in dubbio da F. Meneghezzi, contemporaneo del Sanseverino, il quale, in un suo articolo commemorativo pubblicato mercoledì 4 giugno 1851, su L’Italia musicale, giornale dei teatri di letteratura, belle arti e varietà, sostiene che: «… il Conte Sanseverino dice che il Pavesi dapprima si diede a suonare il violino, mentre l’autografo [si riferisce ai brevi Cenni che alla rinfusa, verso il 1835, Sefano Pavesi, gettò sulla carta intorno a se stesso] afferma espressamente che i primi suoi studi, nell’età di sei anni, furono sulla spinetta. De’ primi institutori del Pavesi il Sanseverino non dice parola… Noi a supplemento di tale omissione, diremo che furono un Valerio Piazza e un d. Luigi Riva detto della Fratta, ambidue (sono parole dell’autografo) eccellenti organisti, ma poco capaci di fare allievi nell’arte musicale».


Sempre dai Cenni autobiografici del Pavesi, apprendiamo che, trasferitosi egli a Varese «continuò a studiare sotto un certo Zucchinetti [Suna, 10.11.1730 – Monza 11.11.1801, è stato compositore e organista] organista della chiesa maggiore di quella città, e vi stette due anni, ma con poco frutto; indi passò sotto alle cure di un Canonico Beduschi in Vimercate, eccellente in musica e in lettere, e là fu veramente dove (dice Pavesi) cominciai a capire a suonare come si doveva».


Successivamente, per oltre un anno, studiò a Crema con il celebre e rinomato maestro Giuseppe Gazzaniga [nota 1]  e fu questo il periodo in cui Stefano Pavesi accrebbe e approfondì la sua formazione musicale. Dopo questo periodo e «a viva persuasione dello stesso Gazzaniga e non di quel Cavalieri che dice il nostro autore» è ancora il Meneghezzi a divergere da quanto scritto nel libro del Sanseverino, «ei potè, molto giovandolo in questa bisogna quello splendido Mecenate delle Arti belle, il conte Luigi Tadini, trasportarsi a Napoli, ove ebbe come maestro di composizione ideale, il rinomatissimo Piccini». Notizia questa ripresa anche da F. Sforza Benvenuti in Storia di Crema: “se giovinetto non trovava a Crema dei mecenati che, scoperta la scintilla dell’ingento suo, non si fossero incuorati di procacciargli a Napoli un’acconcia educazione, forse il nostro Pavesi sarebbe divenuto poco più di un buon organista”.

...Continua

 

 

 
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